Introduzione all' introduzione


“L’universo Vasco” è un mistero per chi, seduto in poltrona, cerca di “psicoanalizzare” il personaggio e tenta di inquadrarlo in schemi fissi, in anonimi stereotipi, svuotandolo, così, della sua essenza più verace, quella che non si coglie leggendo un libro o cristallizzando un pensiero -emerso dal testo di una o più canzoni, da un’intervista, da un urlo collettivo dis-umano- nelle maglie strette di un “sistema” tagliato a misura, come sul letto di Procuste, a seconda delle intenzioni interpretative.

Anche il nostro straordinario campione di imbarazzi e di vertiginose cadute, M, sfugge  alla rigorosa coerenza delle comuni logiche, all’esclusivo sguardo “sinottico”  dei suoi infiniti, tortuosi labirinti, alla definitività di una classificazione ordinata, fondata sulla superba, univoca presunzione di un incasellamento che eviti domande scomode. Per entrambi, Vasco ed M, di sistematico, nel senso, almeno, di con-cluso, di definitivamente com-preso nella tangibilità di un “risultato”, nella oggettività di risposte senza più domande, nella perfetta compiutezza di una costruzione logica del tutto incurante della valenza esistenziale del soggetto, non vi è nulla. Il solo intelletto, per quanto si sforzi di imbrigliare nelle sue definizioni il Blasco e il nostro “istrione degli impasse”, rimane deluso dalla sua incapacità di raggiungere tale obiettivo, poiché si rende conto, l’intelletto, dell’inapplicabilità dei suoi canoni a figure così variamente espressive nella loro dimensione storica, nella ineliminabile collocazione intramondana, significata dal limite e dalla libertà.

Se la domanda, nella sua essenza di ultimità e ulteriorità infinita del pensare, è, per dirla con Heidegger, il grimaldello della filosofia, allora l’interrogativo incessante, senza posa, di queste anime rende “filosoficamente” valido il loro orizzonte, benché entrambi non cerchino speculazioni professorali, ma brandelli di salvezza per il loro procedere, spesso ansante e tortuoso.

Associare Nietzsche, Schopenhauer alla filosofia  è un esercizio tautologico che la mente compie senza sforzo, come è normale che sia per cotali luminari del pensiero, ma non per Vasco Rossi o per M, tutt’altro che “filosofi” da manuale, lontani, come sono, dal pretendere qualsiasi canonizzazione del presunto volto della verità; non vittime, pertanto, della “ragion pigra”, ma, al contrario, tenaci ricercatori delle inesplorate lande del loro essere qui, ora; delle radici, diremmo, ontico-ontologiche del sempre affannato insorgere del dualistico binomio essere-divenire.

L’orizzonte speculativo dei due, orizzonte piccolo e, tuttavia, immenso, oscilla, quindi, tra poli estremi a causa del rischio continuo di naufragare irrimediabilmente nelle incertezze del vivere, vivere che pure resta l’unica, paradossale certezza. Ecco quindi che il laboratorio delle nostre più alte aspirazioni di conoscenza -l’intelligenza- dove è, per così dire, accolto, nutrito, sviluppato l’embrione del filosofare, non può resistere all’affiancamento, al “corteggiamento”, discreto eppure parallelo, di altre facoltà per poter leggere fra le righe dei due universi paralleli: questi non sono quadri pastellati mono-tono, rassicuranti nell’armonia di acromatiche sfumature, ma esibiscono un vorticoso susseguirsi di tinte forti e tenui, cupe e adamantine, di stile quasi naïf, capaci di far risaltare vibranti emozioni e fluttuanti stati del conscio-inconscio; tinte che “squarciano” la tela come folgori accecanti o la inumidiscono come piogge di lacrime sofferte e rubate alla vita.

Del cuore, o meglio, “dello stomaco” necessita la virtus intellecti per un incontro con chi, da qui, lancia se stesso, con passionale vigore, nel tunnel dell’inesplorato sesto senso, rischiando di non essere compreso e, magari, forse, addirittura frainteso.

Nell’ampio ed articolato sviluppo della vita e dell’opera di Vasco ogni aspetto ed evoluzione, a partire da quel significativo “sentimento”-la noia- dal quale si dipartono i due assi, artistico ed esistenziale, del grafico tutto, è sublimato da quell’ “accordo” fra musica e parole che trasforma l’orrore in incanto. Ogni segno della follia interiore, intima, di M, invece, ringrazia quell’incanto, lo adotta come specchio e lo cerca come conforto.

Introduzione all' introduzione


“L’universo Vasco” è un mistero per chi, seduto in poltrona, cerca di “psicoanalizzare” il personaggio e tenta di inquadrarlo in schemi fissi, in anonimi stereotipi, svuotandolo, così, della sua essenza più verace, quella che non si coglie leggendo un libro o cristallizzando un pensiero -emerso dal testo di una o più canzoni, da un’intervista, da un urlo collettivo dis-umano- nelle maglie strette di un “sistema” tagliato a misura, come sul letto di Procuste, a seconda delle intenzioni interpretative.

Anche il nostro straordinario campione di imbarazzi e di vertiginose cadute, M, sfugge  alla rigorosa coerenza delle comuni logiche, all’esclusivo sguardo “sinottico”  dei suoi infiniti, tortuosi labirinti, alla definitività di una classificazione ordinata, fondata sulla superba, univoca presunzione di un incasellamento che eviti domande scomode. Per entrambi, Vasco ed M, di sistematico, nel senso, almeno, di con-cluso, di definitivamente com-preso nella tangibilità di un “risultato”, nella oggettività di risposte senza più domande, nella perfetta compiutezza di una costruzione logica del tutto incurante della valenza esistenziale del soggetto, non vi è nulla. Il solo intelletto, per quanto si sforzi di imbrigliare nelle sue definizioni il Blasco e il nostro “istrione degli impasse”, rimane deluso dalla sua incapacità di raggiungere tale obiettivo, poiché si rende conto, l’intelletto, dell’inapplicabilità dei suoi canoni a figure così variamente espressive nella loro dimensione storica, nella ineliminabile collocazione intramondana, significata dal limite e dalla libertà.

Se la domanda, nella sua essenza di ultimità e ulteriorità infinita del pensare, è, per dirla con Heidegger, il grimaldello della filosofia, allora l’interrogativo incessante, senza posa, di queste anime rende “filosoficamente” valido il loro orizzonte, benché entrambi non cerchino speculazioni professorali, ma brandelli di salvezza per il loro procedere, spesso ansante e tortuoso.

Associare Nietzsche, Schopenhauer alla filosofia  è un esercizio tautologico che la mente compie senza sforzo, come è normale che sia per cotali luminari del pensiero, ma non per Vasco Rossi o per M, tutt’altro che “filosofi” da manuale, lontani, come sono, dal pretendere qualsiasi canonizzazione del presunto volto della verità; non vittime, pertanto, della “ragion pigra”, ma, al contrario, tenaci ricercatori delle inesplorate lande del loro essere qui, ora; delle radici, diremmo, ontico-ontologiche del sempre affannato insorgere del dualistico binomio essere-divenire.

L’orizzonte speculativo dei due, orizzonte piccolo e, tuttavia, immenso, oscilla, quindi, tra poli estremi a causa del rischio continuo di naufragare irrimediabilmente nelle incertezze del vivere, vivere che pure resta l’unica, paradossale certezza. Ecco quindi che il laboratorio delle nostre più alte aspirazioni di conoscenza -l’intelligenza- dove è, per così dire, accolto, nutrito, sviluppato l’embrione del filosofare, non può resistere all’affiancamento, al “corteggiamento”, discreto eppure parallelo, di altre facoltà per poter leggere fra le righe dei due universi paralleli: questi non sono quadri pastellati mono-tono, rassicuranti nell’armonia di acromatiche sfumature, ma esibiscono un vorticoso susseguirsi di tinte forti e tenui, cupe e adamantine, di stile quasi naïf, capaci di far risaltare vibranti emozioni e fluttuanti stati del conscio-inconscio; tinte che “squarciano” la tela come folgori accecanti o la inumidiscono come piogge di lacrime sofferte e rubate alla vita.

Del cuore, o meglio, “dello stomaco” necessita la virtus intellecti per un incontro con chi, da qui, lancia se stesso, con passionale vigore, nel tunnel dell’inesplorato sesto senso, rischiando di non essere compreso e, magari, forse, addirittura frainteso.

Nell’ampio ed articolato sviluppo della vita e dell’opera di Vasco ogni aspetto ed evoluzione, a partire da quel significativo “sentimento”-la noia- dal quale si dipartono i due assi, artistico ed esistenziale, del grafico tutto, è sublimato da quell’ “accordo” fra musica e parole che trasforma l’orrore in incanto. Ogni segno della follia interiore, intima, di M, invece, ringrazia quell’incanto, lo adotta come specchio e lo cerca come conforto.

Rock Man, Ritratto di Alfredo Tramutoli Altrart

Michele Caporale è l’autore del libro “D’io Vasconvolto”.
D’io vasconvolto è il libro con cui tenta un approccio del tutto originale alla produzione artistica di Vasco, per tracciare, attraverso l’esaltante e suggestivo racconto dei momenti epifanici di un viaggio-concerto, vera e propria metafora della vita, un percorso di carattere filosofico-esistenziale, attingendo al senso più profondo e vitale delle parole del cantante.
Questo libro non è una biografia, non è una raccolta di canzoni e non è il “diario” di un fan vasco-sconvolto.
Questo libro ha una sola chiave di lettura: la libertà. La libertà di essere se stessi, vivendo senza condizionamenti, senza costrizioni, senza idolatrie e, forse, perfino senza alibi.  Libertà di vivere la vita con la spontaneità dello “s-concerto”.
«Il concerto è approdo sicuro, radura aperta, cerchio luminoso, è l’idea della vita che accoglie e disperde, sorprende e ri-prende».

Articolo di Michele Caporale, autore del libro “D’io Vasconvolto”.